“La nostra modellazione mostra una rapida diffusione del vaiolo e una mortalità di massa dopo l’esposizione coloniale”, afferma Cody Nitschke, ricercatore dell’ARC Centre of Excellence for Indigenous and Environmental Histories and Futures alla Flinders University e primo autore dello studio. È con queste parole che gli studiosi riassumono una ricerca destinata a riscrivere la comprensione di uno degli eventi più devastanti della colonizzazione dell’Australia: l’epidemia di vaiolo del 1789 scoppiata nell’area di Sydney, che secondo le nuove stime potrebbe aver ucciso fino a 220.000 indigeni australiani. Lo studio, pubblicato su Nature Human Behaviour, ricostruisce origine, portata e conseguenze del contagio a lungo termine.
- Il modello attribuisce l’origine dell’epidemia alla First Fleet britannica arrivata a Sydney.
- Ipotizzando una letalità del 60%, i morti stimati oscillano tra 40.000 e 220.000 persone.
- Il contagio sarebbe rimasto confinato alle regioni costiere sud-orientali e ai grandi fiumi come Murray e Lachlan.
- Lo studio è stato realizzato in collaborazione con la Gujaga Foundation della Nazione Dharawal.
Poco dopo l’arrivo delle navi britanniche, il vaiolo si diffuse tra le comunità delle First Nations nell’area di Sydney, causando numerose vittime. La malattia provocava febbre, gravi complicazioni, cicatrici e alti tassi di mortalità, soprattutto in popolazioni prive di precedente esposizione, e seguiva le coste e i principali corsi d’acqua.
La First Fleet indicata come punto di origine del contagio
Il cuore della ricerca è la verifica diretta delle due principali ipotesi sull’origine dell’epidemia: quella dei Makassan, che visitavano l’Australia settentrionale provenendo dalle isole del Sud-est asiatico, e quella degli europei della First Fleet.
“Invece di affidarci a supposizioni su dove sia iniziata l’epidemia, abbiamo testato direttamente le due principali versioni sull’origine”, spiega Nitschke. “I dati ci hanno permesso di soppesare quelle spiegazioni e di individuare quale fosse più coerente con il modo in cui la malattia si diffonde.”
Secondo il ricercatore, prima dell’invasione coloniale gli spostamenti seguivano percorsi noti, legati all’acqua, alle cerimonie, al cibo, al commercio e alla famiglia. “La malattia poteva viaggiare solo dove le persone potevano realisticamente camminare, riposare e riprendersi”, osserva. “Anche aggiungendo tassi di movimento generosi e un contatto idealizzato tra le popolazioni, il modello mostrava che era estremamente improbabile che il vaiolo raggiungesse Sydney se introdotto a nord.”
“Questo studio dimostra che non è arrivato da nord. Sappiamo che non è iniziato con i visitatori francesi. È iniziato nel porto di Sydney con la First Fleet”, afferma David Ingrey, senior Elder della comunità di La Perouse della Nazione Dharawal.
Un danno che le comunità sentono ancora oggi
Per Corey Bradshaw, coautore e chief investigator del centro di ricerca alla Flinders University, l’epidemia rappresenta “probabilmente uno degli eventi più devastanti derivati dall’invasione coloniale”, su cui però permanevano forti disaccordi “sull’origine, la portata, l’impatto e la diffusione” fino a questa modellazione.
“Le famiglie, i sistemi di conoscenza e i modi di prendersi cura della terra furono gravemente danneggiati, e gli effetti si sentono ancora oggi”, spiega Bradshaw. Anziani, bambini e donne incinte risultarono particolarmente vulnerabili, con un impatto profondo su conoscenza, lingua e cultura, oltre che sulla popolazione. Anche i sopravvissuti, aggiunge, spesso non poterono più prendersi cura della terra come prima.
Per il lettore italiano, la portata del dato — decine di migliaia di morti stimati — aiuta a comprendere il peso demografico e culturale che la colonizzazione europea ebbe sui popoli originari, un tema che continua a segnare il dibattito pubblico australiano sul processo di riconciliazione nazionale.
Comunità disgregate ma mai cancellate
Bradshaw sottolinea che il modello non intende sovrapporsi alla conoscenza, alla memoria o alla tradizione orale aborigena. “Abbiamo sempre creduto che fosse stata la First Fleet a diffondere il vaiolo, e molte famiglie all’interno della comunità sospettano che sia stato diffuso deliberatamente, ma questo va ancora approfondito”, afferma.
Shane Ingrey, della Gujaga Foundation e ricercatore alla University of New South Wales, contesta l’idea di uno sterminio totale: “Si percepisce sempre nella comunità più ampia che furono tutti spazzati via e che non rimase alcun aborigeno di Sydney dopo lo scoppio iniziale, ma abbiamo osservazioni della First Fleet che documentano il nostro popolo di nuovo nel porto entro circa un mese, a pescare e a vivere.”
“Ci siamo rapidamente riorganizzati e, nel corso del secolo successivo, abbiamo continuato a vivere dentro e intorno al porto, mantenendo le nostre pratiche culturali, la nostra lingua e i nostri sistemi di conoscenza fino agli anni Ottanta dell’Ottocento, quando i discendenti rimasti furono trasferiti con la forza nella vecchia riserva governativa di La Perouse”, conclude. “I nostri legami sono stati disturbati, ma mai spezzati.”
Pur ritenendo improbabile che altre zone dell’Australia siano state colpite dall’epidemia iniziale, gli autori raccomandano di rivedere le ipotesi sull’impatto successivo di altre malattie e della violenza sulle frontiere coloniali.































