Negli Stati Uniti un numero crescente di anziani sta scegliendo di condividere la propria abitazione con inquilini non parenti per riuscire a restare nella casa di sempre nonostante l’aumento dei costi. Il modello, ribattezzato all’americana Golden Girls housing in omaggio alla celebre sitcom degli anni Ottanta, viene ora sostenuto da leggi statali, programmi comunali e piattaforme digitali che mettono in contatto chi ha una stanza libera con chi cerca un affitto sostenibile. A spingere la tendenza sono la carenza di alloggi, l’aumento degli affitti e i prezzi di vendita elevati, fattori che colpiscono sia gli anziani sia i giovani.
- Circa 55 organizzazioni negli USA offrono servizi di home sharing, con domanda in crescita.
- Nel 2024 circa un terzo delle famiglie con capofamiglia over 65 era “cost-burdened”, cioè spendeva oltre il 30% del reddito per la casa.
- Diversi Stati hanno approvato o presentato leggi, chiamate in Pennsylvania e Connecticut “Golden Girls bills”.
La formula è semplice: da una parte i cosiddetti home providers, spesso anziani soli che vivono in abitazioni familiari ormai troppo grandi e vuote; dall’altra gli home sharers, persone di qualsiasi età alla ricerca di canoni ragionevoli. Le due esigenze si incontrano grazie a organizzazioni no profit che selezionano e mettono in contatto le parti. Va precisato che questi accordi non includono l’assistenza alla persona.
Un’associazione di Denver ha registrato 31 convivenze in un anno
A Denver, in Colorado, il ruolo di “agenzia matrimoniale abitativa” è svolto da Sunshine Home Share Colorado, una no profit locale fondata nel 2016 da Alison Joucovsky, amministratrice nei servizi per anziani. “Il telefono squillava in continuazione”, ha raccontato, ricordando le richieste angosciate di residenti anziani che spendevano gran parte del loro assegno previdenziale in affitti sempre più alti o affrontavano liste d’attesa lunghe anni per gli alloggi sovvenzionati.
Secondo Joucovsky, la condivisione della casa “è un modo davvero efficiente per creare alloggi accessibili e sostenere gli anziani che vogliono invecchiare a casa propria”. L’anno scorso Sunshine ha facilitato 31 convivenze, un record per l’organizzazione.
“Il costo per sviluppare e costruire nuove abitazioni è astronomico, e lo è anche il tempo necessario”, ha osservato Laura Fanucchi, presidente del National Shared Housing Resource Center. “Perché non sfruttare il patrimonio edilizio esistente?”
Il peso dei costi grava su anziani e giovani
I dati citano un’analisi del Harvard Joint Center for Housing Studies: nel 2024 circa un terzo delle famiglie guidate da un over 65 era “cost-burdened”. Pur essendo quasi l’80% di queste persone proprietarie di casa, una quota crescente sta ancora pagando mutui o prestiti sull’abitazione, e la maggioranza deve far fronte a tasse, utenze, manutenzione e assicurazioni più elevate.
La pressione riguarda anche i più giovani: sempre secondo il Joint Center, risultava cost-burdened il 37% delle persone tra i 25 e i 34 anni e il 31% di quelle tra i 35 e i 44. In questo senso la condivisione della casa può giovare sia agli anziani proprietari che hanno bisogno di un’entrata sia a chi, a qualsiasi età, cerca un alloggio a costi contenuti.
“Molte delle persone che mi chiamano per lamentarsi delle tasse sulla proprietà e dell’inflazione sono anziani con redditi fissi, i cui figli se ne sono andati e magari il coniuge è morto”, ha detto la deputata repubblicana della Pennsylvania Abby Major, co-promotrice di una proposta di legge. “Sono singoli adulti anziani che vivono in una casa con quattro camere da letto.” Il punto, sottolineano i sostenitori, è che la maggior parte non vuole trasferirsi, e comunque il ridimensionamento è diventato proibitivo con l’aumento dei prezzi e la fine dei tassi d’interesse molto bassi.
Piattaforme online e incentivi comunali allargano la platea
Per ampliare la propria portata, alcuni programmi hanno affiancato o sostituito il tradizionale abbinamento manuale con piattaforme digitali; vi operano anche società a scopo di lucro come Nesterly o roommates.com. “È come un sito di incontri, solo che chi ha stanze incontra chi ha bisogno di stanze”, ha spiegato Candice Smith, direttrice esecutiva di HomeShare Oregon, la cui piattaforma ha attirato circa 7.000 tra offerenti e richiedenti in cinque anni. Sul fronte pubblico, la città di Portland ha annunciato quest’anno un programma pilota che paga 1.000 dollari (circa 900 euro) ai proprietari che mettono a disposizione una stanza, o 1.500 dollari (circa 1.350 euro) per due, tramite programmi qualificati.
Le “Golden Girls bills” incontrano il sostegno bipartisan
Diversi Stati hanno introdotto o approvato norme che vietano ai Comuni di limitare in modo eccessivo i proprietari che vogliono affittare stanze a persone non familiari. In Pennsylvania e Connecticut i promotori le chiamano proprio “Golden Girls bills” e hanno raccolto consensi trasversali. In Colorado, il deputato democratico Manny Rutinel ha contribuito a far approvare nel 2024 una legge che impedisce a città e contee di limitare il numero di persone non imparentate che possono vivere sotto lo stesso tetto.
In Pennsylvania il deputato democratico Tarik Khan ha fatto passare a giugno una misura analoga alla Camera, ora in attesa del voto del Senato. “Non ha senso che tuo cugino possa trasferirsi da te e una persona non imparentata no”, ha commentato. Il testo della Pennsylvania fissa a cinque il numero massimo di occupanti non familiari; quello del Connecticut lo limiterebbe a tre. Quest’ultimo ha superato il Senato ad aprile per poi decadere alla Camera senza voto, ma i promotori intendono ripresentarlo.
I sostenitori riconoscono che l’home sharing non può risolvere la crisi abitativa, ma può ridurne l’impatto sbloccando migliaia di camere inutilizzate senza nuove costruzioni. L’abbinamento resta un processo delicato: il personale delle organizzazioni intervista le parti, esegue controlli, verifica i redditi, coordina i primi contatti e interviene in caso di problemi, aiutando anche a conciliare abitudini e preferenze di vita. In alcuni casi l’accordo prevede uno “scambio di servizi”, con il nuovo inquilino che svolge alcune ore di lavori domestici in cambio di un affitto ridotto.
Un modello simile potrebbe funzionare anche in Italia, dove molti anziani vivono soli in case grandi e i giovani faticano a trovare affitti accessibili? Raccontaci cosa ne pensi.































