Un abito che, se si strappa, ricresce su se stesso. Non è fantascienza: un gruppo di ricercatori guidato dall’Accademia cinese delle scienze ha sviluppato un tessuto vivente ricavato dal fungo Cordyceps militaris, capace di autoripararsi, cambiare colore e schermare i raggi ultravioletti. La differenza rispetto ai tentativi precedenti è decisiva: le cellule fungine restano vive anche dopo la lavorazione, e proprio questa vitalità biologica consente al materiale di rigenerarsi. Il lavoro è descritto in uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances. Per ora, però, si tratta soltanto di una dimostrazione di laboratorio, non di un capo pronto da indossare.
- Il tessuto è ricavato dai filamenti (ife) del fungo Cordyceps militaris, mantenuto vivo durante la lavorazione.
- Può autoripararsi applicando acqua e nuovi frammenti di fungo sulla zona danneggiata.
- Aggiungendo lieviti ingegnerizzati e altri funghi si ottengono colori biologici e protezione UV.
- Sepolto nel terreno, si degrada quasi del tutto in poco più di 40 giorni.
Il nome Cordyceps può evocare scenari inquietanti — è il fungo che nel videogioco e nella serie tv The Last of Us trasforma gli esseri umani in zombie — ma nella realtà è del tutto innocuo per l’uomo. Si tratta di un fungo parassita che cresce sui bruchi, da cui il nome comune di “fungo del bruco”.
Come nasce un tessuto che resta vivo
Il punto di partenza sono le ife, i sottili filamenti che compongono il fungo. I ricercatori, tra cui Ke Li dell’Accademia cinese delle scienze, hanno fatto crescere il fungo in un brodo nutritivo liquido finché non si è raggruppato spontaneamente in piccole sfere uniformi. Questi “pellet” sono stati poi lavati e versati in stampi, dove le ife intrecciate hanno formato un foglio continuo e autoportante.
Non c’è nessun supporto esterno: né tessuto convenzionale, né maglia di polimero. “I pellet di micelio di Cordyceps militaris fungono da mattoni strutturali”, spiega Li. Il materiale, al tatto, risulta più denso e meno fibroso del cotone, più vicino a un foglio morbido non tessuto o a una pelle flessibile.
Il problema principale dei tentativi passati era la fragilità: il processo di produzione uccideva le cellule, rendendo il prodotto finale fragile. Qui la svolta è stata usare tecniche di essiccazione a bassa energia che rimuovono l’umidità senza spegnere l’attività metabolica del fungo. Per evitare che il foglio diventasse rigido e si spezzasse, è stato immerso nel glicerolo, che agisce da plastificante ammorbidendo la struttura.
Colori biologici e scudo contro il sole
Una volta ottenuto il materiale flessibile e vivo, i ricercatori ne hanno esplorato le possibilità. Per colorarlo hanno agganciato alle fibre lieviti ingegnerizzati per produrre pigmenti arancioni, blu e viola: il colore nasce così biologicamente, senza coloranti sintetici. Per la protezione dai raggi UV hanno aggiunto Aspergillus niger, una muffa comune su frutta e verdura, che forma sulla superficie uno strato scuro ricco di melanina, il pigmento che assorbe la radiazione ultravioletta.
Depositando gocce di nutrienti secondo forme specifiche, il fungo germoglia nuovi strati di fibre soltanto dove viene alimentato: così il team ha “disegnato” foglie e persino il logo dello Shenzhen Institute of Advanced Technology.
Se il tessuto si strappa, bastano alcune gocce d’acqua e un frammento di funghi freschi applicati sulla zona danneggiata: le cellule vive ricrescono attraverso la lacerazione, richiudendola.
Il meccanismo si spiega con lo stato del materiale. In condizioni asciutte l’attività biologica si riduce fortemente e le cellule restano inattive o dormienti; in ambiente umido e in presenza di nutrienti, invece, alcune si riattivano. È questa capacità latente a permettere ricrescita e riparazione — ma anche a rendere il tessuto facilmente biodegradabile.
La biodegradabilità: pregio e limite insieme
Per verificarne la decomposizione, i ricercatori hanno costruito una piccola scatola con il tessuto vivente e l’hanno sepolta nel terreno: in poco più di 40 giorni (41, precisano) si è degradata quasi completamente. Un dato notevole se confrontato con i rifiuti della fast fashion, osserva Justin Beardsley dell’Università di Sydney.
Proprio la biodegradabilità, però, è anche il rovescio della medaglia: un capo che si decompone troppo facilmente rischierebbe, come nota Beardsley, di “degradarsi mentre lo si indossa”. Ed è probabilmente qui che sta la ricaduta più concreta per chi immagina un futuro impatto sul mercato: non abiti da armadio per tutti i giorni, ma prodotti pensati per un uso breve o monouso, dove la priorità è la sostenibilità ambientale. È la stessa direzione indicata dagli autori.
Un prototipo prezioso, che nessuno ha ancora indossato
Con questo materiale il gruppo ha realizzato un abito, mai indossato finora. “Lo abbiamo trattato come un pezzo da esposizione piuttosto prezioso, ed è stato fatto in taglia piccola”, racconta Li. “Forse la prossima volta dovremmo trovare qualche volontario minuto e avventuroso per provarlo e vederlo in movimento”.
Gli stessi ricercatori sottolineano che si tratta di una fase iniziale: non è stato testato l’uso quotidiano, la comodità, la traspirabilità né la tenuta in lavatrice. Per un lettore abituato a valutare un capo su questi criteri, significa che la strada verso un prodotto commerciale è ancora lunga. Beardsley, intanto, immagina applicazioni future proprio sfruttando il fatto che il tessuto è vivo: poterne modificare le proprietà in tempo reale, ad esempio renderlo idrorepellente durante la pioggia e più traspirante quando torna il sereno.
Indossereste un abito fatto di funghi vivi capace di ripararsi da solo, o l’idea di un tessuto “vivo” addosso vi mette a disagio? Diteci cosa ne pensate.































