La MASLD (dall’inglese metabolic dysfunction-associated steatotic liver disease) è la nuova denominazione di quella che un tempo veniva chiamata steatosi epatica non alcolica: un accumulo di grasso nel fegato collegato a disfunzioni metaboliche come sovrappeso, diabete e valori alterati di zuccheri e lipidi nel sangue. È una condizione sempre più al centro dell’attenzione medica per i suoi possibili legami con il rischio cardiovascolare. Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Hepatology Communications, ha ora chiarito come il rapporto tra la fibrosi del fegato e la malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD) vari a seconda dello stato glicemico del paziente.
- Lo studio, retrospettivo, ha analizzato 6.519 persone con MASLD suddivise per stato glicemico.
- Nei pazienti con prediabete, la fibrosi più avanzata si associa a un rischio di ASCVD più che doppio (hazard ratio 2,62).
- Nei pazienti con diabete l’incidenza cardiovascolare è elevata ma non aumenta ulteriormente con la gravità della fibrosi.
Chi ha condotto la ricerca e come
Lo studio è stato guidato da Jaehong Jeong, del Yonsei University College of Medicine di Seoul, in Corea del Sud, insieme ai suoi colleghi. Si tratta di uno studio di coorte retrospettivo, pensato per verificare se la gravità della fibrosi epatica — valutata attraverso i percorsi diagnostici non invasivi raccomandati dalle linee guida — sia associata alla comparsa di ASCVD nei diversi stati glicemici.
I ricercatori hanno incluso i dati di 6.519 persone con MASLD che disponevano sia del punteggio fibrosis-4 sia dei dati dell’elastografia transiente controllata da vibrazione. Di queste, 3.243 avevano una glicemia normale, 2.369 presentavano prediabete e 907 avevano il diabete. La coorte per l’analisi di sopravvivenza comprendeva 3.221 partecipanti.
Il rischio cambia a seconda dello stato glicemico
Dall’analisi è emerso un aumento del rischio ASCVD a dieci anni al peggiorare dello stato glicemico. Ma il dato più interessante riguarda il diverso peso della fibrosi. Nei pazienti con prediabete, il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare aterosclerotica risultava più alto in presenza del livello di fibrosi più avanzato, con un hazard ratio aggiustato pari a 2,62. L’associazione appariva più marcata nelle persone più giovani.
Nei pazienti con diabete, invece, l’incidenza cumulativa di ASCVD a cinque anni era complessivamente elevata (tra il 15,2% e il 18,5%) attraverso i diversi livelli di fibrosi, ma senza un aumento significativo legato alla gravità della fibrosi stessa.
In altre parole, la valutazione della fibrosi epatica sembra offrire informazioni utili sul rischio cardiovascolare soprattutto nelle persone con prediabete e in quelle più giovani.
Perché questi risultati contano
Gli autori sottolineano che i dati sostengono un approccio personalizzato alla valutazione del rischio cardiovascolare nei pazienti con MASLD. La gravità della fibrosi, misurata durante la normale valutazione della malattia epatica, potrebbe fornire un’informazione clinica aggiuntiva utile a individuare chi ha maggiori probabilità di andare incontro a eventi cardiovascolari.
Va ricordato che si tratta di uno studio osservazionale di coorte: mostra un’associazione tra fibrosi, stato glicemico ed eventi cardiovascolari, ma non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto. Per un lettore italiano, dove le patologie metaboliche del fegato e il rischio cardiovascolare sono temi di crescente rilevanza per la salute pubblica, l’indicazione pratica è che un singolo esame — come la valutazione della fibrosi epatica — possa avere un valore che va oltre il fegato, contribuendo a stratificare meglio il rischio complessivo del paziente.
Pensi che gli esami sul fegato dovrebbero rientrare più spesso nella valutazione del rischio cardiovascolare? Condividi la tua opinione nei commenti.































