Cinquanta partecipanti da tutti gli Stati Uniti si sono collegati al proprio computer per giocare a un videogioco progettato appositamente dai ricercatori della Northeastern University. Al centro dello schermo, un piccolo astronauta di nome Lerner osserva una sequenza di gemme luminose, ciascuna di forma e colore diversi, che lampeggiano in un ordine preciso. Il compito del giocatore è memorizzare quella sequenza, guidare Lerner attraverso un paesaggio alieno roccioso e colpire le gemme nell’ordine corretto con un laser spaziale rosa. Dietro questo gioco all’apparenza semplice c’è uno studio sul declino cognitivo negli adulti che convivono con l’HIV.
- Lo studio ha coinvolto 50 partecipanti over 50, allenando la memoria di lavoro tramite un videogioco creato dal Brain Game Center della Northeastern University.
- I disturbi neurocognitivi associati all’HIV (HAND) colpiscono dal 30% al 50% delle persone che convivono con il virus.
- Negli adulti con HIV, gli schemi di apprendimento si sono rivelati diversi e talvolta opposti rispetto a quelli senza il virus.
Un videogioco pensato per personalizzare le cure cognitive
Il gioco a scorrimento laterale è una creazione originale del Brain Game Center for Mental Fitness and Wellbeing della Northeastern. La serie di test, somministrati a distanza, rappresenta secondo il direttore del centro Aaron Seitz un passo avanti nella comprensione di come specifici gruppi di persone con declino cognitivo rispondano a interventi sperimentali adattati alla loro condizione.
«Gran parte della nostra ricerca guarda a come possiamo personalizzare gli interventi e capire quali approcci siano più utili per persone e popolazioni diverse», ha spiegato Seitz. «L’idea che esista una soluzione valida per tutti non è del tutto corretta».
Perché l’HIV entra in gioco quando si parla di memoria
Lo studio è stato concepito specificamente per allenare la memoria di lavoro — la capacità di trattenere piccole informazioni per brevi periodi — negli adulti dai 50 anni in su che convivono con l’HIV, un gruppo a maggior rischio di affaticamento cognitivo. Il virus, che colpisce soprattutto il sistema immunitario, può anche provocare un invecchiamento cerebrale precoce, rilevabile fino a dieci anni prima rispetto alle persone senza HIV, ha riferito la ricercatrice Morgan Gomez.
Queste difficoltà rientrano nei disturbi neurocognitivi associati all’HIV, noti con l’acronimo inglese HAND, e vanno da forme senza sintomi evidenti fino alla demenza associata all’HIV nei casi più gravi. Interessano memoria di lavoro, velocità di elaborazione, funzioni esecutive o attenzione in circa il 30-50% delle persone che convivono con il virus.
«In pratica, questo può significare più difficoltà nel gestire i farmaci, nel seguire una conversazione o nel gestire le proprie finanze in autonomia», ha detto Gomez.
Ciò può a sua volta aumentare la dipendenza dai caregiver, alzare il rischio di pensionamento anticipato e ridurre la qualità della vita. Nonostante esista una solida ricerca sui disturbi cognitivi in generale, poco viene fatto per affrontare il declino cognitivo legato all’HIV negli adulti che invecchiano: è proprio questa lacuna che il Brain Game Center ha scelto di colmare, usando i videogiochi come strumento per esaminare gruppi con vulnerabilità particolari.
I risultati che hanno ribaltato le aspettative dei ricercatori
Ricerche precedenti del centro su adulti senza HIV avevano mostrato che chi ha un basso controllo inibitorio — cioè più difficoltà a concentrarsi, autoregolarsi e ignorare le distrazioni — tendeva a rendere peggio nel videogioco dell’astronauta, preferendo invece una versione non ludicizzata basata su semplici flashcard con la sequenza di forme colorate. Chi aveva un controllo inibitorio più alto mostrava invece una migliore memoria di lavoro giocando.
Quando però Seitz e Gomez hanno applicato la stessa analisi al gruppo di adulti con HIV, la tendenza si è invertita. «È in realtà un po’ ribaltata», ha osservato Gomez. «Anche se alcuni partecipanti con HIV mostravano un basso controllo inibitorio, continuavano comunque a trarre beneficio dalla versione ludicizzata».
Suddividendo i partecipanti in tre gruppi con profili cognitivi distinti, i ricercatori hanno inoltre riscontrato punti di forza e difficoltà differenti nel controllo inibitorio, nella memoria di lavoro e nelle capacità cognitive generali. «Non sono lo stesso quadro clinico e non dovrebbero portare allo stesso intervento», ha scritto Gomez. «Se l’obiettivo è attenuare gli effetti cognitivi dei HAND, servono prima strumenti capaci di vedere come i HAND si manifestano davvero in ciascuna persona, non solo se sono presenti o assenti».
Cosa significa e quali sono i prossimi passi
Il messaggio centrale dello studio è che una popolazione non può fare da sostituto per un’altra: i risultati indicano che tra chi convive con l’HIV e chi non lo ha esistono differenze individuali significative che gli approcci di ricerca attuali potrebbero aver trascurato. In termini pratici, questo implica che un intervento cognitivo efficace per la popolazione generale non è automaticamente adatto a gruppi più vulnerabili, e che la personalizzazione delle terapie diventa cruciale.
Il Brain Game Center ha annunciato l’intenzione di proseguire la ricerca sull’allenamento cognitivo. Per un lettore, la ricaduta più concreta è la prospettiva di strumenti diagnostici e riabilitativi più mirati, capaci di adattarsi non a una categoria astratta ma alla singola persona.
Pensi che i videogiochi possano davvero diventare uno strumento serio per la cura della memoria? Raccontaci la tua opinione nei commenti.































