La sua ultima immagine pubblica resterà legata a San Siro, casa di tutta la sua vita sportiva. Il 6 febbraio 2026, durante la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, Franco Baresi entrò nello stadio meneghino con la fiaccola olimpica in mano, fianco a fianco con Giuseppe Bergomi, storico rivale sul campo con la maglia dell’Inter e amico di una vita. Ad accompagnare la scena furono le note di “Nessun dorma” interpretate da Andrea Bocelli. Pochi mesi dopo, quella bandiera del calcio italiano si è spenta a 66 anni: era malato da tempo e nel 2025 era stato operato per un nodulo polmonare.
- Franco Baresi è morto nella notte all’età di 66 anni, come annunciato dall’AC Milan.
- Nato a Travagliato (Brescia) l’8 maggio 1960, ha vestito solo la maglia rossonera: 719 presenze tra il 1978 e il 1997.
- Con il Milan ha vinto sei scudetti e tre Coppe dei Campioni; con l’Italia il Mondiale del 1982 e la finale del 1994.
La notizia è stata data dal club rossonero attraverso i propri canali social. “La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi”, ha scritto la società su X. “Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club”. In un lungo messaggio pubblicato sul sito ufficiale, il Milan ha aggiunto: “Non è semplice comunicare la perdita di un battito del nostro cuore, di uno dei respiri della nostra anima”, chiudendo con la frase divenuta subito un simbolo: “Baresi è per sempre”.
Dalla provincia bresciana al mito di San Siro
Nato nel Bresciano e rimasto orfano a 14 anni, Baresi era stato scartato da un provino dell’Inter a 12 anni, proprio il club in cui giocava il fratello Beppe. Il Milan lo accolse nel settore giovanile e lo fece esordire in Serie A il 23 aprile 1978, a Verona, quando aveva appena 17 anni. Lo chiamavano “Piscinin” per il fisico esile, ma il soprannome durò poco: a prenderlo sotto la sua ala in spogliatoio fu Gianni Rivera, che gli predisse una carriera brillante. Già a 22 anni indossava la fascia da capitano, che avrebbe portato al braccio per circa quindici stagioni.
Rimase rossonero anche nei momenti più difficili, restando nel club dopo le due retrocessioni dei primi anni Ottanta, prima che l’era di Silvio Berlusconi trasformasse il Milan in una squadra capace di dominare in Italia e in Europa.
Il libero che ha ridefinito il ruolo del difensore
Ribattezzato “Kaiser Franz” in omaggio a Franz Beckenbauer, Baresi reinterpretò il ruolo del libero in chiave moderna, in un calcio fatto di zona, pressing e verticalità. Non solo bloccava gli avversari con i suoi anticipi, ma sapeva anche far ripartire l’azione come primo regista della squadra. Fu il leader della celebre linea difensiva completata da Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e Paolo Maldini, attraversando il Milan di Liedholm, Sacchi e Capello.
Al termine della carriera il Milan ha ritirato la maglia numero 6, un omaggio riservato a pochissimi giocatori.
Il suo palmarès con i rossoneri parla di sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe europee e quattro Supercoppe italiane. In occasione del centenario, i tifosi lo elessero giocatore più importante della storia del club.
Con la Nazionale, dal trionfo del 1982 alle lacrime di Pasadena
Con la maglia azzurra Baresi collezionò 81 presenze e partecipò a tre Mondiali. Fece parte della rosa che conquistò il titolo nel 1982, pur senza scendere in campo. Nel 1994 fu il capitano dell’Italia che raggiunse la finale di Pasadena contro il Brasile: rientrato in tempi record dopo un intervento al menisco, disputò una gara di altissimo livello, conclusasi con la sconfitta ai calci di rigore. Prese parte anche al Mondiale del 1990 e all’Europeo del 1988.
Il cordoglio unanime del mondo del calcio
La scomparsa ha unito anche le tifoserie rivali. La Curva Sud lo ha salutato così: “Inimitabile bandiera rossonera. 6 per sempre, capitano”. L’Inter, per bocca del presidente Giuseppe Marotta, lo ha ricordato come “una delle figure che più hanno definito la storia della rivalità” del derby di Milano, stringendosi anche attorno al fratello Beppe. La Juventus ha parlato di “classe, stile, leadership e rispetto dentro e fuori dal campo”, mentre la Lazio lo ha definito “indimenticato baluardo difensivo” di Milan e Nazionale.
Giovanni Malagò ha dichiarato che “il calcio italiano perde una delle sue leggende”. Cordoglio è arrivato anche dalla Lega Serie A, che si è unita al dolore della famiglia.
La sua ultima uscita pubblica, quella con la fiaccola olimpica a San Siro, l’aveva definita come gli “attimi più emozionanti” della sua vita sportiva. Poche settimane prima della morte, in un’intervista alla Stampa, aveva anche commentato la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali, una pena in più per l’ultimo grande libero del calcio italiano.































