Uno studio della Northwestern University indaga il modo in cui gli attivisti dei due principali partiti statunitensi comprendono e giudicano lo status migratorio, in una fase segnata da politiche sull’immigrazione sempre più punitive. La ricerca, intitolata “Meanings of migrant illegality” e pubblicata a maggio sulla Law and Society Review, è firmata da Jesse Yeh, sociologo politico e assistant professor di legal studies al Weinberg College of Arts and Sciences della Northwestern. Tra il 2020 e il 2021 Yeh ha intervistato 65 attivisti democratici e repubblicani della California meridionale, nelle contee di Orange e San Bernardino, raccogliendo visioni fortemente polarizzate sui migranti irregolari.
- Lo studio si basa su 65 interviste ad attivisti democratici e repubblicani in California tra il 2020 e il 2021.
- I due schieramenti hanno visioni opposte, ma concordano su una via verso la cittadinanza per alcune categorie di migranti.
- La violazione delle norme sull’immigrazione negli Stati Uniti è un illecito civile, non penale.
Perché la California è un contesto emblematico
La scelta del territorio non è casuale. La California, Stato di orientamento liberale, è anche la culla della New Right e nel 1994 approvò la Proposition 187, una legge di stampo anti-immigrazione. I partecipanti sono stati reclutati nei circoli locali democratici e repubblicani e comprendevano dirigenti di partito a livello di contea. L’età mediana era di 56 anni e ogni colloquio è durato in media quasi due ore, toccando l’esperienza di attivismo, le opinioni politiche generali, il coinvolgimento nelle elezioni presidenziali del 2016 e del 2020 e le posizioni sull’immigrazione.
Da tema condiviso a frattura politica
Secondo Yeh, negli anni Ottanta il consenso sulle questioni migratorie era largamente bipartisan. La polarizzazione è emersa nei primi anni Duemila, quando alcuni Stati approvarono misure che restringevano i diritti degli immigrati. Un punto spesso frainteso, sottolinea lo studioso, è di natura giuridica: violare la legge sull’immigrazione negli Stati Uniti è un illecito civile e non penale. In passato l’assenza di garanzie procedurali per gli immigrati veniva giustificata dal fatto che detenzione ed espulsione non erano considerate una pena. Entrambe sono diventate però sempre più punitive, aprendo nuovi interrogativi sull’estensione dei diritti di chi migra.
Non il lavoro, ma l’appartenenza
Dalle interviste emerge che gli attivisti non temono che gli immigrati “rubino” loro il posto di lavoro. La vera domanda che si pongono è se i migranti meritino di avere un lavoro e di accedere ai benefici pubblici. La maggior parte esprime la volontà di dare priorità ai propri concittadini prima di concedere prestazioni sociali a chi arriva da fuori.
Più che chiedersi se una persona abbia infranto la legge, gli intervistati ragionavano sul posto che quella persona occupa, nella loro immaginazione, all’interno della società e dell’economia.
Queste convinzioni sull’appartenenza, osserva Yeh, sono spesso plasmate dalle percezioni di status socioeconomico, razza ed etnia.
Visioni opposte, ma un obiettivo comune
I risultati delle interviste sono coerenti con i sondaggi più recenti: più democratici propendono per un’amnistia estesa a tutti gli immigrati, mentre più repubblicani sostengono la tolleranza zero e le espulsioni. L’aspetto più significativo, però, è il vasto consenso trasversale su una via verso la cittadinanza per alcune categorie di persone.
Lo studio riporta due voci esemplari. John, imprenditore di origine sud-est asiatica sulla quarantina e repubblicano, considera la legalità un valore centrale ma sul piano delle politiche afferma: “Dobbiamo far sì che diventino cittadini… E se sono qui illegalmente e commettono reati, devono andarsene”. Danielle, avvocata bianca in pensione e democratica quasi settantenne, dà invece poco peso alla legalità, vista la disperazione che spinge le persone a partire, ma la sua ricetta è simile: “Dovrebbe esserci un percorso verso la cittadinanza per le persone che sono qui per qualunque ragione, che sono brave persone, che lavorano e non infrangono la legge”.
Che cosa “illegale” significa davvero
Yeh insiste su un nodo concettuale: la categoria di “criminale” è estremamente elastica. Una multa per eccesso di velocità o per sosta vietata è un reato? Ciò che appare illegale ad alcuni può non costituire affatto una violazione della legge. Molti considerano criminali anche persone associate a presunti ambienti di gang, pur in assenza di precedenti. Lo studioso ricorda inoltre che i confini tra status legale e illegale sono arbitrari: come mostra il recente caso alla Corte Suprema sul Temporary Protected Status, la stessa persona può passare da “legale” a “illegale” a seconda dei cambi di amministrazione.
Le indicazioni per il legislatore
La principale lezione per chi fa le leggi, secondo Yeh, riguarda il modo in cui vengono tracciati i confini dell’idoneità a diventare cittadini americani. Trasversalmente ai due partiti, gli intervistati si dicono favorevoli ai giovani arrivati da minori e ammissibili al programma DACA: se sono entrati negli Stati Uniti da minorenni al seguito di adulti, molti ritengono irrilevante che abbiano infranto o meno la legge.
Quando si parla di percorso verso la cittadinanza, spesso si intende un’amnistia per alcuni gruppi della popolazione immigrata. Ma i canali legali per arrivare restano estremamente stretti per chi non ha parenti negli Stati Uniti o non riesce a ottenere un impiego prima di partire. Da qui l’invito del ricercatore a immaginare criteri meno arbitrari, capaci di valorizzare chi può contribuire positivamente alla società.
Legalità o appartenenza: quale criterio dovrebbe guidare le politiche migratorie? Condividete la vostra opinione nei commenti.































