Il furto delle opere di Antonello da Messina, messo a segno la notte di Ferragosto al Museo regionale Accascina (MuMe) di Messina, si sposta sempre più sul fronte delle responsabilità interne. Gli investigatori della Squadra Mobile guidata da Simone Scalzo, insieme al Nucleo tutela patrimonio culturale dei Carabinieri, stanno concentrando l’attenzione sui quattro custodi in servizio quella sera e sulle falle nel sistema di sicurezza che hanno permesso a una banda di agire in pochi minuti. La Procura di Messina ha aperto un’inchiesta per furto pluriaggravato di opere d’arte, al momento contro ignoti. Il valore delle tavole trafugate è stimato in decine di milioni di euro.
- Il colpo è avvenuto il 15 agosto, durante la processione della Vara, che impegnava le forze dell’ordine e richiamava migliaia di persone.
- L’allarme sarebbe scattato subito, ma i custodi lo avrebbero spento senza verifiche né chiamata al 112.
- La Regione siciliana annuncia un procedimento disciplinare contro i quattro addetti: la sanzione più grave è il licenziamento.
- Gli inquirenti non escludono la presenza di un basista interno.
Un colpo di pochi minuti nel giorno della Vara
Secondo la ricostruzione, i ladri hanno approfittato della confusione creata dalla processione della Vara, il carro votivo dedicato alla Madonna dell’Assunta, evento che mobilita la città e le forze dell’ordine. Le telecamere interne hanno documentato le fasi del furto: due giovani con caschi integrali neri, maglietta a maniche corte e scarpe scure entrano da una porta laterale, raggiungono la sala delle opere e in pochi minuti tornano all’uscita. Ad attenderli all’esterno ci sarebbero stati altri due complici. Due delle opere trafugate sono state poi ritrovate all’esterno del museo, su un muretto: sono state due persone a notarle e a dare l’allarme, non gli addetti alla sicurezza.
L’allarme spento e i custodi non formati
È proprio il comportamento dei custodi il nodo centrale. L’allarme, ricostruiscono gli investigatori, sarebbe effettivamente scattato, ma nessuno sarebbe andato a verificare né avrebbe chiamato il 112: gli addetti si sarebbero limitati a spegnerlo, apprendendo del furto solo quando la polizia ha bussato alla porta. Una circostanza che gli inquirenti considerano difficile da spiegare. Un investigatore citato dalla stampa ha osservato che «non regge la tesi che abbiano sentito l’allarme ma non vi abbiano dato peso».
Dei quattro custodi in servizio, due erano ex Asu, ex precari storici della Regione poi stabilizzati nella Sas, società in-house partecipata al 100% dalla Regione siciliana: personale non formato. Quella sera non era presente alcun capo servizio.
Il Fatto Quotidiano riporta una direttiva firmata il 28 luglio dal dirigente generale dei Beni culturali Mario La Rocca, che dispone la riduzione del personale per turno a un massimo di tre unità, con la possibilità di scendere a due in caso di carenza di organico, integrando indistintamente personale di ruolo e lavoratori esternalizzati della Sas. Nelle stesse sale sono conservati anche capolavori di Caravaggio, come la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori.
Perché il caso pesa sulla Regione
L’ipotesi al vaglio è quella di un basista interno: nel gergo malavitoso, chi raccoglie informazioni e fornisce i dettagli logistici senza partecipare materialmente al colpo. Per questo gli investigatori, dopo aver ascoltato i quattro custodi come testimoni, stanno approfondendo rapporti personali, frequentazioni, contatti e tenore di vita. Si esaminano anche le registrazioni dei giorni precedenti, a caccia di sopralluoghi, e i dati delle celle telefoniche della zona.
La vicenda mette in imbarazzo la Regione siciliana, da cui dipende la gestione del museo. Sul caso è intervenuto il presidente Renato Schifani: «Non chiedo sconti, a Messina si è aperta una falla e dobbiamo spiegarla. Abbiamo disposto l’ispezione, collaboriamo con gli investigatori e non proteggeremo chi avesse sbagliato», ha dichiarato al Corriere della Sera, annunciando la verifica di «turni, postazioni, segnali e tempi di reazione» e assicurando che «nessun capro espiatorio e nessuna copertura di apparato: chi ha sbagliato paga».
Cosa succede ora
Sul piano amministrativo, la Regione aprirà un procedimento disciplinare nei confronti dei quattro custodi non appena il dipartimento per i Beni culturali riceverà la relazione della direttrice del museo, Marisa Mercurio. La sanzione più severa prevista è il licenziamento.
Restano invece incertezze sul mezzo di fuga. Un furgone su cui erano state fatte verifiche, perché ritenuto possibile veicolo dei ladri, secondo fonti investigative non sarebbe quello utilizzato dalla banda. Gli investigatori ipotizzano che i responsabili abbiano effettuato uno scambio d’auto in un punto non coperto dalle telecamere, trasferendo le opere su un altro mezzo per proseguire la fuga.
Nel frattempo il Museo Accascina, che custodisce una delle più importanti collezioni d’arte della Sicilia, ha riaperto al pubblico. Un telo nero copre la parete dove erano esposte le tavole del Polittico di San Gregorio, detto anche del Rosario, in attesa che le indagini restituiscano alla città le opere di Antonello.
Chi dovrebbe rispondere per una falla del genere: chi era in servizio quella notte o chi decide organici e turni nei musei? Diteci la vostra nei commenti.































