Per decenni le università statunitensi hanno rappresentato lo standard di riferimento a livello globale, attirando i migliori studiosi e alimentando l’economia dell’innovazione. Oggi, all’inizio di un nuovo anno accademico, quel primato è in declino: lo dicono i dati, le classifiche internazionali e diversi esperti indipendenti. Un arretramento accelerato negli ultimi diciotto mesi da tagli ai finanziamenti, restrizioni agli studenti internazionali e limiti a ciò che si può dire e insegnare, ma le cui radici sono più profonde. A perderci, avvertono gli osservatori, sarebbe la competitività economica dell’intera nazione.
- Nelle classifiche QS le università USA nella top 100 sono scese da 31 a 26 in dieci anni.
- La Cina produce quasi il 50% in più di dottorati in discipline STEM rispetto agli Stati Uniti, secondo la National Science Foundation.
- La richiesta di bilancio per il 2027 prevede tagli del 55% alla NSF e del 13% al NIH.
Un primato costruito con i fondi pubblici del dopoguerra
La storia del successo accademico americano comincia con un allarme. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, uno studio governativo dell’Office of Scientific Research and Development segnalò che il sostegno alla ricerca universitaria stava diminuendo. La risposta fu un massiccio afflusso di denaro pubblico che, nei decenni successivi, portò gli atenei statunitensi ai vertici mondiali.
Quelle università attirarono gli studiosi migliori, conquistando un numero sproporzionato di premi Nobel, e divennero un motore dell’economia dell’innovazione. Mentre altri settori accumulavano deficit commerciali, l’istruzione diventava la sesta voce di export di servizi degli Stati Uniti. Al picco delle iscrizioni, gli studenti internazionali portavano più di 40 miliardi di dollari l’anno (circa 37 miliardi di euro).
Un declino iniziato prima delle scelte politiche recenti
La crisi, sottolineano gli esperti, non nasce oggi. È cominciata con il calo delle iscrizioni, con rendimenti sempre più deludenti a fronte di rette in costante aumento e con la crescente sfiducia dell’opinione pubblica. “Ci vuole tempo perché tutti questi problemi si facciano sentire, ma stanno cominciando a farlo”, ha osservato Eric Mlyn, faculty fellow del Kenan Institute for Ethics della Duke University, che studia la libertà accademica.
La situazione è considerata tanto seria che in giugno l’American Academy of Arts and Sciences ha dedicato al tema un dibattito dal titolo eloquente: “Gli Stati Uniti stanno perdendo il loro vantaggio come leader globale dell’istruzione?”. Per Mlyn, tra i relatori, la risposta è sì.
Nelle classifiche QS World University Rankings, le università statunitensi presenti nella top 100 sono passate da 31 a 26 negli ultimi dieci anni, mentre gli atenei cinesi avanzano.
La Cina accelera, gli atenei USA scivolano nei ranking
Il Times Higher Education World University Rankings colloca ancora sette università americane tra le prime dieci, ma il numero di atenei USA nella top 500 è il più basso mai registrato, a fronte della crescita di quelli asiatici. “Le classifiche internazionali sono il simbolo globale della forza geopolitica sulla scena mondiale e influenzano molto le scelte su dove studiare”, ha spiegato Phil Baty, chief global affairs officer del Times Higher. Un lento arretramento, ha aggiunto, rischia di innescare “una spirale discendente davvero seria”. Nella prossima edizione delle classifiche, attesa per il 30 settembre, gli atenei statunitensi continueranno a perdere terreno per reputazione e qualità della ricerca. “Sembra davvero un punto di svolta”, ha detto Baty.
I numeri raccontano lo spostamento degli equilibri. Secondo la National Science Foundation, le università cinesi sfornano ogni anno quasi il 50% in più di dottori di ricerca in discipline STEM rispetto a quelle americane, anche per via della popolazione più numerosa. Ma è soprattutto il ritmo a colpire: nei quindici anni fino al 2022 i dottorati STEM in Cina sono raddoppiati, mentre negli Stati Uniti sono cresciuti del 41%, secondo un’analisi di fDi Intelligence. Nelle classifiche Leiden, che misurano la produttività scientifica, gli atenei cinesi occupano sette dei primi dieci posti e Harvard è scesa dal primo al terzo. Tra il 2018 e il 2023 i ricercatori cinesi hanno firmato il 28% degli articoli in inglese sull’intelligenza artificiale, contro il 16% degli statunitensi, secondo l’Emerging Technology Observatory della Georgetown University. Gli studiosi americani restano però più citati, un indicatore di qualità rilevato dalla NSF.
Cosa attende gli atenei nei prossimi mesi
Nel frattempo l’amministrazione Trump ha tagliato miliardi di dollari di finanziamenti alla ricerca, provocando licenziamenti e incertezza. Molti dei tagli iniziali sono stati ripristinati dai tribunali, ma le agenzie federali hanno rallentato l’assegnazione di nuovi finanziamenti. La richiesta di bilancio per il 2027 prevede una riduzione della spesa del 55% per la National Science Foundation e del 13% per i National Institutes of Health, secondo il Brennan Center for Justice. Ciò significa, in concreto, che gli effetti non riguardano solo i ricercatori: meno iscritti internazionali comportano meno risorse per gli atenei, con possibili ricadute sui servizi e sui corsi offerti agli studenti americani e sul costo degli studi.
Il declino delle università americane apre spazi per altri sistemi accademici, Europa inclusa. Pensate che gli atenei europei possano attrarre i talenti in fuga dagli Stati Uniti? Diteci la vostra.































