Chi vuole tenere ferma la fusione tra Paramount e Warner Bros. Discovery dovrà essere pronto a pagare. Con una mozione depositata lunedì davanti alla giudice federale Araceli Martínez-Olguín, la Paramount Skydance guidata da David Ellison ha chiesto che i 12 Stati e la Writers Guild of America (WGA), autori delle cause antitrust che bloccano l’operazione, versino una cauzione da 1.884.726.092,73 dollari — quasi 1,9 miliardi (circa 1,6 miliardi di euro). La somma andrebbe alla compagnia qualora dovesse prevalere in giudizio, a copertura delle perdite generate dal ritardo nella chiusura dell’accordo da 111 miliardi di dollari.
- Paramount chiede una cauzione da 1,88 miliardi di dollari a 12 Stati e alla WGA.
- La richiesta è legata al blocco della fusione da 111 miliardi con Warner Bros. Discovery.
- Il processo è fissato al 2 marzo 2027 davanti alla giudice Araceli Martínez-Olguín.
- La fusione ha già ottenuto il via libera regolatorio in 68 giurisdizioni.
La leva usata dalla società è economica e molto concreta. Per convincere Warner Bros. Discovery ad accettare la sua offerta, Paramount aveva inserito una “ticking fee”: una penale a favore degli azionisti WBD pari a circa 7 milioni di dollari al giorno (circa 6 milioni di euro), che scatta dal 1° ottobre e continua a maturare finché l’operazione non viene chiusa. Secondo i calcoli della compagnia, al termine del processo previsto per marzo 2027 la cifra pagata sarà cresciuta fino a 1,3 miliardi di dollari (circa 1,1 miliardi di euro), somma definita “irrecuperabile”.
Il fondamento legale su cui Paramount costruisce la richiesta
Nella documentazione di 30 pagine, la società sostiene di avere diritto alla cauzione per legge. Il riferimento è al Clayton Act, la normativa antitrust federale su cui si fondano le cause, e ad altre norme che — secondo Paramount — impongono ai ricorrenti di versare una garanzia quando ottengono una misura che sospende un’operazione. La logica è quella tipica di questi strumenti: se chi chiede il blocco dovesse poi perdere, la parte danneggiata deve avere una fonte da cui recuperare i danni subiti nel frattempo.
“Ogni mese di ritardo comporta conseguenze finanziarie sostanziali e quantificabili”, ha dichiarato un portavoce della compagnia. Paramount aggiunge che il calcolo della cauzione si basa “sul massimo potenziale delle ticking fee e dei costi di finanziamento”, ma che le perdite non si esauriscono lì: un ritardo di almeno otto mesi significa nessuna integrazione, nessun aumento degli investimenti in contenuti, produzione e talenti creativi, oltre all’incertezza che pesa sui dipendenti di entrambe le aziende.
Come si è arrivati allo scontro giudiziario
A luglio, 12 Stati guidati dal procuratore generale della California Rob Bonta hanno fatto causa in tribunale federale per fermare l’acquisizione. La tesi è che la fusione ridurrebbe illegalmente la concorrenza nei mercati dei film per le sale e dei blockbuster, oltre che nella tv via cavo di base. La WGA ha presentato un’azione separata, sostenendo che l’operazione diminuirebbe il numero di acquirenti per il lavoro degli sceneggiatori.
Paramount aveva accettato di sospendere la chiusura fino alla fine del processo, dopo che la giudice aveva concesso un ordine restrittivo temporaneo di 28 giorni. In quell’occasione Martínez-Olguín aveva rinunciato a imporre una cauzione, ritenendo che gli Stati agissero “per far valere importanti interessi pubblici”. Ora Paramount chiede di modificare quell’accordo di non chiusura, imponendo il versamento della garanzia entro il 30 settembre 2026 come condizione perché il blocco resti in piedi.
Le cause degli Stati e della WGA restano gli unici ostacoli alla chiusura: l’operazione ha già ottenuto il via libera regolatorio in 68 giurisdizioni, incluse il Dipartimento di Giustizia statunitense e la Commissione europea.
Perché la mossa è una scommessa dall’esito incerto
La richiesta di cauzione è la parte più tangibile di una campagna di pressione che Paramount conduce da mesi anche fuori dalle aule, tra minacce — più o meno realistiche — di lasciare la California e accuse di motivazioni politiche dietro le cause. A guidare la strategia legale c’è Makan Delrahim, in passato principale responsabile dell’applicazione delle norme antitrust negli Stati Uniti durante la prima amministrazione Trump.
Non tutti però ritengono che la manovra possa funzionare. Corey Martin, avvocato specializzato in fusioni e acquisizioni e a capo della practice di entertainment finance dello studio Granderson Des Rochers di Los Angeles, si è detto scettico. “Sarei sorpreso se riuscissero a destinare i proventi di un’eventuale cauzione a coprire la ticking fee”, ha osservato, giudicando “molto improbabile” che la giudice accolga l’idea di far ricadere quel costo sui ricorrenti. Concretamente, imporre una garanzia da quasi 1,9 miliardi metterebbe i contribuenti degli Stati coinvolti di fronte a un rischio finanziario enorme in un caso già molto esposto mediaticamente.
Una cauzione da 1,9 miliardi per poter contestare una fusione: strumento legittimo di tutela o arma per scoraggiare chi si oppone? Diteci come la vedete.































