La giudice federale Jeannette Vargas, in servizio presso il distretto meridionale di New York, ha annullato venerdì una delle misure simbolo della politica migratoria dell’amministrazione Trump: la sospensione del rilascio dei visti di immigrazione per i cittadini di 75 Paesi. Nella sua sentenza, la magistrata ha definito il provvedimento “contrario alla legge”, stabilendo che il segretario di Stato Marco Rubio aveva ecceduto i propri poteri statutari. La decisione riguarda i visti destinati alla residenza permanente negli Stati Uniti, compresi quelli per ricongiungimento familiare e lavoro, mentre restano fuori quelli turistici e per studenti.
- La giudice Jeannette Vargas ha giudicato “contraria alla legge” la sospensione dei visti per 75 Paesi.
- La misura, in vigore da gennaio, era motivata dal rischio che gli immigrati diventassero un “onere pubblico”.
- La sentenza annulla i dinieghi basati unicamente sulla nazionalità; l’amministrazione può fare ricorso.
Una stretta introdotta a gennaio contro il rischio di “onere pubblico”
La misura era stata annunciata a gennaio dal Dipartimento di Stato. L’amministrazione aveva giustificato il blocco sostenendo che i migranti provenienti dai Paesi individuati fossero “ad alto rischio” di ricorrere ai sussidi pubblici, trasformandosi in un “peso economico per gli americani”. L’elenco era stato compilato sulla base dei dati del Consiglio dei consulenti economici, selezionando i Paesi in cui oltre il 30% delle famiglie di immigrati riceveva una qualche forma di assistenza pubblica.
I 75 Paesi coinvolti rappresentano circa il 40% del totale mondiale e sono in gran parte extraeuropei: comprendono nazioni di Caraibi, Africa subsahariana, Balcani, Medioriente, Asia centrale e Sud-Est asiatico. Tra i nomi citati dalle fonti figurano Egitto, Haiti, Giordania, Somalia, Russia, Afghanistan, Iran, Iraq, Nigeria, Brasile, Colombia, Uruguay, Pakistan, Bangladesh, Bosnia, Albania, Thailandia, Yemen e Georgia, diversi dei quali storici partner degli Stati Uniti.
Il concetto di “onere pubblico” (public charge) è un pilastro di lunga data del diritto migratorio statunitense: consente di negare l’ingresso a chi, secondo una valutazione, dipenderebbe in modo significativo dall’assistenza governativa. Storicamente, però, tale giudizio si fonda su un esame individuale del singolo richiedente, non su una categoria di provenienza.
La sentenza: “Il risultato è predeterminato”
È proprio su questo punto che si è concentrata Vargas, nominata dall’ex presidente democratico Joe Biden. Secondo la giudice, il rischio che un immigrato diventi un onere pubblico va valutato caso per caso, tenendo conto di elementi come la situazione finanziaria, l’età, la salute, le competenze professionali e le condizioni familiari. Le istruzioni impartite ai funzionari consolari, invece, rendevano di fatto quasi automatica la bocciatura delle domande.
Una nota interna del Dipartimento di Stato, prodotta come prova in aula, ordinava ai funzionari di negare i visti persino quando i richiedenti fornivano “prove aggiuntive” della propria autosufficienza economica. “Il risultato è predeterminato. Il visto sarà rifiutato”, ha scritto la magistrata descrivendo gli effetti della direttiva.
Per Vargas la misura, vietando categoricamente il rilascio dei visti in base alla sola nazionalità del richiedente, contrasta con la legge sull’immigrazione del 1965, che proibisce le discriminazioni basate sulla provenienza nazionale.
Il ricorso era stato presentato dalle organizzazioni per i diritti dei migranti Catholic Legal Immigration Network e African Communities Together, insieme a diversi richiedenti. Tra questi, sei cittadini statunitensi che chiedevano il ricongiungimento con parenti in Ghana, Giamaica, Guatemala ed Etiopia, e cinque colombiani che avevano presentato domanda di visto per motivi di lavoro.
Cosa succede ora: la scadenza dell’11 settembre e il possibile ricorso
La sentenza annulla qualsiasi diniego di visto fondato unicamente su questa politica. Vargas ha concesso alle parti tempo fino all’11 settembre per proporre come risolvere la porzione restante del caso. L’amministrazione, dal canto suo, può presentare ricorso contro la decisione.
Secondo il Center for Constitutional Rights, il blocco era una delle diverse restrizioni imposte in rapida successione dall’amministrazione: era stato preceduto da un più ampio divieto di viaggio che coinvolgeva 39 Paesi, entrato in vigore il 1° gennaio, e da una sospensione dei visti della lotteria (diversity visa) a fine dicembre. Il provvedimento si inserisce nella più generale linea dura sull’immigrazione perseguita da Donald Trump, che ne fa una questione di sicurezza interna.
La pronuncia rappresenta quindi una battuta d’arresto per la Casa Bianca, ma non chiude la partita giudiziaria. Per le famiglie coinvolte, la decisione significa in concreto che una domanda respinta sulla sola base della nazionalità potrebbe ora essere riesaminata; ma finché resta aperta la possibilità di appello, l’esito definitivo rimane incerto. Il National Immigration Law Center ha parlato di “un’importante vittoria per le centinaia di migliaia di famiglie” colpite dal divieto. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato, al momento, non hanno commentato.
Ritenete che i criteri di provenienza nazionale debbano avere un peso nella concessione dei visti, oppure ogni domanda va valutata solo caso per caso? Diteci la vostra.































